Nel Sonetto 150 Shakespeare si stupisce del potere della donna: riesce a reggere il suo cuore proprio con le sue “miserie”, al punto da falsare la vista e far credere al poeta che il male sia grazia. Ogni azione perversa diventa, nella sua mente, superiore al bene. Il poeta si chiede chi le abbia insegnato l’arte di farsi amare quanto più meriterebbe odio. E conclude con una richiesta disperata: se ama ciò che gli altri aborrono, non venga deriso; e se tanta indegnità ha acceso amore, egli merita d’essere riamato.

Sonetto 150 – Leggi e ascolta
Da quale forza attingi questo tuo potere
di reggere il mio cuore con le tue miserie?
Perché devo creder falsa la mia vera vista,
e giurar che non è luce a illuminare il giorno?
Da dove attingi il dono di aggraziare il male
tanto che nelle tue azioni anche le più perverse
vi è tale potenza e tale sottil destrezza
che in mente mia il tuo peggio ogni ben soverchia?
Chi ti ha insegnato come far ch’io più ti ami
quanto più sento e vedo giuste ragioni d’odio?
Ma se io amo quel che ogni altro aborre
non dileggiar con altri questo mio triste stato.
Se tanta indegnità ridestò in me l’amore,
tanto più io son degno d’esser da te riamato.
»»» Introduzione ai Sonetti
»»» Elenco completo Sonetti
»»» I Sonetti in Inglese, con audio lettura
Analisi del Sonetto 150
Il Sonetto 150 è una delle confessioni più disperate e lucidissime della sezione della Dark Lady. Shakespeare non si limita più a dire: “mi ferisci”. Qui ammette qualcosa di più profondo: la donna possiede un potere capace di trasformare il male in bene, o meglio, di renderlo desiderabile.
Il poeta non riesce più a fidarsi dei propri sensi: la “vera vista” viene dichiarata falsa. La donna ha un dono terribile: “aggraziare il male”, cioè adornare le colpe con una specie di splendore seducente. Le azioni perverse acquistano potenza e destrezza tali da soverchiare, nella mente dell’amante, qualunque bene.
Questo sonetto è dominato da due movimenti:
1) domanda ossessiva sul potere della donna (da quale forza attingi? chi ti ha insegnato?);
2) conclusione morale paradossale: se lui ama ciò che tutti aborrono, allora merita compassione e persino amore in cambio.
Prima quartina: il potere delle “miserie”
La prima quartina si apre con una domanda che sembra incredula:
da quale forza attingi il potere di reggere il mio cuore con le tue miserie?
“Miserie” è parola chiave: non indica povertà, ma difetti morali, vergogne, colpe. Shakespeare non è cieco: vede che la donna è indegna. Eppure proprio quell’indegnità lo tiene legato.
Il poeta descrive l’effetto come un sovvertimento cosmico:
deve credere falsa la sua vista e giurare che non è luce a illuminare il giorno.
È una metafora violentissima: come se l’amore lo costringesse a negare l’evidenza.
Seconda quartina: la grazia del male
Nella seconda quartina Shakespeare formula la vera accusa:
la donna ha il dono di “aggraziare il male”.
È un’espressione straordinaria: prendere il male e dargli grazia, renderlo elegante, accettabile, persino affascinante.
Le sue azioni “più perverse” possiedono potenza e destrezza: cioè sono progettate, seducenti, abili.
E per questo nella mente del poeta “il tuo peggio ogni ben soverchia”.
È il trionfo dell’autodistruzione: il poeta non ama la virtù, ama il vizio, perché il vizio è diventato per lui irresistibile.
Terza quartina: più amo, più ho ragioni d’odio
Nella terza quartina Shakespeare arriva al punto psicologico più doloroso:
chi ti ha insegnato a farti amare quanto più io vedo ragioni d’odio?
È un paradosso: la conoscenza della colpa non riduce l’amore, lo aumenta. Questo è il cuore del legame malato.
Poi Shakespeare si rivolge a lei con un’ultima richiesta di dignità:
se amo ciò che ogni altro aborre, non dileggiare questo mio triste stato.
Non vuole essere ridicolizzato, non vuole che lei rida con altri della sua dipendenza.
Il distico: dal disprezzo nasce una richiesta d’amore
Il distico finale è sorprendente:
se tanta indegnità ha risvegliato amore in lui, allora lui è degno d’essere riamato.
È un ribaltamento morale: normalmente l’indegnità dovrebbe annullare l’amore. Invece qui l’indegnità è ciò che lo accende. E Shakespeare usa questa follia come argomento: se ho amato ciò che non meritava, allora merito almeno una ricompensa.
È un distico tragico: è l’amore che mendica.
Conclusione
Il Sonetto 150 è un’analisi spietata del potere seduttivo del male. Shakespeare riconosce che la donna regge il suo cuore non con virtù ma con “miserie”: colpe che diventano fascino, perversioni che appaiono grazia. L’amore gli falsifica la vista e lo obbliga a negare l’evidenza.
Il poeta si chiede quale arte renda possibile questo incantesimo: amare di più quanto più avrebbe ragione d’odiare. Nel finale chiede almeno di non essere dileggiato, e conclude con una richiesta disperata: se tanta indegnità ha acceso in lui amore, allora egli merita d’essere riamato.
Sonnet 150 – In English ·
◀ Sonetto 149 · Sonetto 151 ▶
La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.