La separazione, anziché impoverire l’amore, lo moltiplica. L’assenza crea uno spazio in cui l’amato può essere amato due volte. La distanza diventa così una strategia involontaria di intensificazione affettiva.

Sonetto 39 – Leggi e ascolta
Come posso cantare equamente i tuoi meriti
se tu sei tutto il meglio di me stesso?
A cosa può servirmi la lode del mio io?
E se lodo te, cos’altro è se non l’elogio mio?
Anche per questo dobbiamo vivere divisi
e lasciar che il nostro amore perda la sua unità,
affinché con questa separazione io possa dare
quanto a te dovuto e che tu solo meriti.
O lontananza, quale tormento tu saresti,
se l’amaro ozio non m’accordasse la dolce libertà
di occupare il tempo in pensieri d’amore,
che dolcemente inganna sia tempo che pensieri,
e se non m’insegnassi come divider uno in due
lodando la presenza di chi in realtà è lontano.
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Analisi del Sonetto 39
Il Sonetto 39 introduce uno dei paradossi più raffinati dell’intera raccolta: l’assenza come condizione di un amore più intenso. Dopo aver riconosciuto nell’amato la propria Musa (Sonetto 38), Shakespeare esplora ora ciò che accade quando questa fonte di ispirazione è lontana. Lontananza e perdita non coincidono: la distanza, se attraversata dall’amore, può trasformarsi in raddoppio dell’esperienza affettiva.
Il sonetto si fonda su un’idea apparentemente contraddittoria ma emotivamente convincente: quando l’amato è assente, il poeta può amarlo sia come “io” sia come “tu”. L’identità si sdoppia, la relazione si rifrange, e l’amore trova nuove vie per esprimersi.
Prima quartina: l’assenza come ingiustizia
Nella prima quartina Shakespeare presenta la separazione come un torto subito.
L’amato, lontano, priva il poeta della gioia immediata della presenza. La distanza è percepita come un atto di sottrazione, una ferita che interrompe la continuità del legame.
Seconda quartina: la compensazione affettiva
La seconda quartina introduce però una prima forma di compensazione.
Se l’amato è lontano, il poeta può comunque pensarlo, ricordarlo, immaginarlo. L’assenza fisica genera un surplus di attività interiore. L’amore, privato dell’oggetto sensibile, si intensifica nella mente.
Terza quartina: lo sdoppiamento dell’identità
Nella terza quartina Shakespeare formula il paradosso centrale del sonetto.
L’amato è uno, ma l’amore diventa doppio: il poeta ama per sé e ama per l’altro, colmando simbolicamente la distanza. L’assenza permette un gioco di ruoli che la presenza non consentirebbe.
Il distico finale: guadagno nella perdita
Nel distico finale Shakespeare trae la conclusione: ciò che sembrava una perdita si rivela un guadagno.
L’amore, costretto a fare i conti con la distanza, scopre risorse nuove. La separazione non distrugge il legame, ma lo rende più articolato e consapevole.
Conclusione
Il Sonetto 39 è una riflessione sottile sulla capacità dell’amore di adattarsi e trasformarsi. Shakespeare mostra che la presenza non è l’unica forma di vicinanza possibile.
L’assenza, se attraversata dal pensiero e dalla memoria, può diventare uno spazio creativo. L’amore non si limita a sopportarla: la utilizza per moltiplicare se stesso.
Con questo sonetto Shakespeare suggerisce che l’intensità di un legame non si misura solo nella prossimità fisica, ma nella capacità di restare vivo anche quando è costretto a reinventarsi. L’amore vero non si consuma nella distanza: si espande.
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.