Sonetto 62 – Sonnet 62

Shakespeare Sonetto 62

Peccato di vanità domina i miei occhi. Sin of self-love possesseth all mine eye. 

Leggi e ascolta

Peccato di vanità domina i miei occhi,
l’intera anima mia ed ogni mio altro senso;
e per questo peccato non v’è alcun rimedio,
tanto è radicato nell’intimo del mio cuore.
Penso che nessun volto sia gentile quanto il mio
né forma più perfetta, o perfezione sì pregiata;
e al mio proprio merito attribuisco tal valore
ch’io supero ogni altro in qualsiasi campo.
Ma quando lo specchio mi svela come sono,
colpito e disfatto da consunta vecchiaia,
leggo al rovescio questo amore di me stesso:
sarebbe cosa infame amare quell’io che vedo.
Sei tu, il mio vero io, che elogio in vece mia,
rinverdendo la mia età col colore dei tuoi anni.

Il poeta pensa a se stesso come a un giovane e condanna la propria vanità narcisistica. Sfortunatamente, sebbene possa intellettualizzare il narcisismo come un attributo indegno, tuttavia “tanto è radicato nell’intimo del mio cuore”.

Questa immagine giovanile di se stesso viene bruscamente frantumata nelle righe dalla 9 alla 12, iniziando con il tipico “Ma”, quando il poeta si guarda allo specchio e vede il suo vero sé, “colpito e disfatto da consunta vecchiaia”. Oscillando tra questa antitesi della giovinezza e della vecchiaia, l’amore narcisistico del poeta lo rende colpevole del vizio del suo giovane amico: “Sei tu, il mio vero io, che elogio in vece mia, / rinverdendo la mia età col colore dei tuoi anni”. Mentre condanna la vanità in gioventù, la ammira in se stesso. La frase “al mio proprio merito” significa che ha assunto l’identità del giovane, e il problema dell’identità di quest’ultimo rimane quello della vanità. Come è evidente nei sonetti successivi, il poeta è preoccupato dall’idea di identità personale.

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Read and listen

Sin of self-love possesseth all mine eye
And all my soul and all my every part;
And for this sin there is no remedy,
It is so grounded inward in my heart.
Methinks no face so gracious is as mine,
No shape so true, no truth of such account;
And for myself mine own worth do define,
As I all other in all worths surmount.
But when my glass shows me myself indeed,
Beated and chopp’d with tann’d antiquity,
Mine own self-love quite contrary I read;
Self so self-loving were iniquity.
‘Tis thee, myself, that for myself I praise,
Painting my age with beauty of thy days.

The poet thinks of himself as a young man and condemns his own narcissistic vanity. Unfortunately, although he can intellectualize narcissism as an unworthy attribute, nonetheless “It is so grounded inward in my heart.”

This youthful image of himself is abruptly shattered in lines 9 through 12, beginning with the typical “But,” when the poet looks at himself in a mirror and sees his true self, “Beated and chopped with tanned antiquity.” Swinging between this antithesis of youth and old age, the poet’s narcissistic self-love makes him guilty of his young friend’s vice: “Tis thee, myself, that for myself I praise, / Painting my age with beauty of thy days.” While he condemns vanity in the youth, he admires it in himself. The phrase “for myself” means that he has assumed the youth’s identity, and the problem of the youth’s identity remains one of vanity. As is evident in later sonnets, the poet is preoccupied with the idea of personal identity.

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Crediti – Credits

Traduzione in Italiano di Maria Antonietta Marelli (I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube VALTER ZANARDI letture

English audio from YouTube Channel Socratica

Sommario/Summary da/from Cliffsnotes.com

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