Sonetto 107 – Shakespeare

Nel Sonetto 107 Shakespeare respinge paure e profezie: il suo amore non è destinato a finire, perché sopravvive al tempo storico e persino alla Morte. Dopo eclissi e presagi, torna un clima più sereno, e il poeta afferma la vera immortalità: non nelle corone dei potenti o nelle tombe di bronzo, ma nei versi che custodiranno per sempre l’immagine dell’amato.

Sonetto 107 di Shakespeare

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Né le mie paure, né lo spirito profetico
del mondo intero pronosticante l’avvenire,
possono fissare la durata del mio devoto amore
ritenuto condannato a inevitabil fine.

La luna mortale ha superato la sua eclissi
e i cupi veggenti ridon dei lor presagi;
le incertezze or si coronan di certezze
e pace proclama ulivi imperituri.

Con l’effluvio di questo tempo or più sereno
il mio affetto appar rinato e Morte mi soggiace,
giacché, a scorno suo, vivrò sempre nei miei versi,
mentre essa infierirà su ottusi ed incapaci,

e tu in questi troverai il tuo monumento,
quando corone di tiranni e bronzee tombe saran consunte.


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Analisi del Sonetto 107

Il Sonetto 107 è uno dei testi più solenni e “storici” della sequenza. Shakespeare intreccia la dimensione privata dell’amore con il sentimento collettivo di un’epoca attraversata da inquietudini, presagi, mutamenti politici e paure di catastrofe. Il poeta parte da un clima di attesa: voci e profezie annunciano un futuro oscuro, e anche l’amore sembra destinato a una fine inevitabile.

Ma l’esito del sonetto è un rovesciamento. Shakespeare dichiara che né la paura personale né il “mondo intero” con i suoi pronostici possono determinare la sorte del suo affetto. L’amore, qui, non è un sentimento fragile: è una forza capace di attraversare e superare il tempo, e persino di sottomettere la Morte grazie alla potenza della poesia.

Prima quartina: paure e profezie non governano l’amore

Il sonetto si apre con una doppia negazione:
“Né le mie paure, né lo spirito profetico del mondo intero…”

Shakespeare mette sullo stesso piano la sua angoscia personale e la grande voce collettiva del tempo, fatta di superstizioni, presagi, interpretazioni degli astri e pronostici politici. L’epoca elisabettiana era particolarmente sensibile a questi segnali: eclissi, comete, eventi naturali e turbamenti civili venivano spesso letti come annunci di rovesciamenti imminenti.

Eppure il poeta rifiuta questa “tirannia del futuro”. L’amore è stato ritenuto da molti “condannato a inevitabil fine”, quasi fosse destinato a spegnersi come ogni cosa terrena. Shakespeare però oppone resistenza: il destino non può “fissare” la durata del sentimento, perché esso non dipende dalle voci del mondo, ma dalla fedeltà interiore.

Seconda quartina: la fine dell’eclissi e dei presagi

La seconda quartina presenta un cambiamento di scenario. La “luna mortale” ha superato la sua eclissi: un’immagine cosmica che allude a un periodo di oscurità e turbamento ormai alle spalle. La luna è detta “mortale” perché anche ciò che sembra eterno (il cielo) si lega ai cicli di morte e rinascita percepiti dagli uomini.

I “cupi veggenti” — quelli che alimentavano paure e annunciavano disgrazie — ridono dei loro stessi presagi. Il tono qui è ironico e liberatorio: la storia smentisce i profeti.

E il presente cambia segno:
“le incertezze or si coronan di certezze / e pace proclama ulivi imperituri.”

L’ulivo è simbolo di pace e durata. L’aggettivo “imperituri” rafforza l’idea di stabilità ritrovata: non una pace fragile, ma una pace destinata a durare. Shakespeare traduce così una sensazione storica in immagine poetica: un’epoca che torna respirabile, più serena, meno minacciata.

Terza quartina: l’amore rinasce e la Morte si piega

Nella terza quartina si entra nel nucleo più forte del sonetto: la trasformazione del clima esterno diventa rinascita interiore. Con l’“effluvio” del tempo più sereno, l’affetto appare “rinato”. Non è solo un ritorno di speranza: è una rigenerazione dell’amore, come se l’aria nuova restituisse energia e luce.

Ma la dichiarazione decisiva è questa:
“Morte mi soggiace”.

È un’affermazione quasi sacrilega nella sua audacia: Shakespeare non teme più la Morte, anzi la pone in posizione subordinata. E spiega come:
“vivrò sempre nei miei versi”.

Qui appare uno dei temi centrali dei Sonetti: l’immortalità poetica. Non è l’immortalità fisica, naturalmente, ma la sopravvivenza attraverso la parola scritta. Se la Morte infierirà “su ottusi ed incapaci”, cioè su chi non lascia traccia, non potrà invece cancellare ciò che è fissato nel poema.

In questo senso, la poesia è un’arma contro il tempo: trasforma ciò che è destinato a svanire in ciò che può restare.

Il distico: il vero monumento contro corone e tombe

Nel distico finale Shakespeare completa la sua visione:
l’amato troverà nei versi il proprio monumento, un monumento destinato a durare più delle opere del potere.

“quando corone di tiranni e bronzee tombe saran consunte.”

Il poeta contrappone due forme di immortalità: quella politica e materiale (corone, tombe monumentali, bronzo), e quella poetica. Il bronzo può corrodere, le tombe possono decadere, le corone dei tiranni possono scomparire, cambiare mano o essere dimenticate. La poesia invece resta.

Il sonetto si chiude così con una fiducia assoluta nella scrittura: il tempo distrugge i simboli del dominio, ma non può cancellare la bellezza fissata nell’arte.

Conclusione

Il Sonetto 107 è un testo di vittoria: contro la paura, contro i presagi, contro l’instabilità della storia, contro la Morte stessa. Shakespeare afferma che il suo amore non è un evento fragile legato alle circostanze, ma una forza che si rigenera e si stabilizza.

E soprattutto dichiara la vera immortalità: non quella che i potenti cercano con il bronzo e con le tombe, ma quella che la poesia dona a chi viene amato. Nel poema l’amato trova il suo monumento più duraturo, perché la parola, quando è vera, sa resistere a ogni rovina.

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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


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