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Sonetto 113 – Shakespeare

Nel Sonetto 113 Shakespeare descrive un’assenza che altera la percezione: da quando ha lasciato l’amato, la vista non è più negli occhi ma nel cuore. L’occhio vede, ma non trattiene nulla; ogni forma del mondo — dolce o deforme, mare o montagna, corvo o colomba — si trasforma nell’immagine dell’amato. Così l’amore domina i sensi e costringe il poeta a una “falsità” inevitabile: vedere solo ciò che ama.

Sonetto 113 di Shakespeare

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Da quando ti ho lasciato, la mia vista è in cuore
e l’occhio che dirigere dovrebbe ogni mio passo,
si distoglie dal suo compito ed è in parte cieco,
crede di vedere, ma in realtà è spento:

perché non trasmette al cuore alcuna immagine
di uccelli, fiori o forme che esso scorge,
né partecipa alla mente il suo fugace sguardo,
né trattiene la sua vista quel che percepisce:

sia che esso veda cose rozze o delicate,
la più dolce effigie o l’esser più deforme,
la montagna o il mare, il giorno o la notte,
il corvo o la colomba, tutto ei foggia a tua sembianza.

Non sapendo far di più, di te soltanto colmo,
il mio devoto cuore mi costringe ad esser falso.


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Analisi del Sonetto 113

Il Sonetto 113 è uno dei testi più delicati e psicologicamente intensi della sequenza: Shakespeare descrive una condizione amorosa in cui l’assenza non spegne il sentimento, ma lo rende ancora più assoluto. Da quando l’amato non è più presente, l’intero mondo visibile perde autonomia e consistenza: la vista non appartiene più agli occhi, ma al cuore.

È un sonetto sulla percezione deformata dall’amore. Shakespeare non parla di allucinazione in senso patologico, ma di una verità affettiva: quando l’amore è totale, nessuna immagine è neutra. Ogni cosa diventa riflesso dell’amato, ogni forma si piega a lui, e l’io poetico riconosce che questa fedeltà del cuore ha un prezzo: lo costringe a essere “falso”, perché non riesce più a vedere il mondo per ciò che è.

Prima quartina: la vista passa dagli occhi al cuore

La prima quartina introduce l’immagine centrale con una frase memorabile:
“Da quando ti ho lasciato, la mia vista è in cuore”.

La vista è diventata interiore. L’occhio, che dovrebbe dirigere i passi, si distoglie dal suo compito: è “in parte cieco”. Shakespeare crea subito un paradosso: l’occhio “crede di vedere”, ma in realtà è spento.

Qui Shakespeare descrive l’effetto dell’assenza: gli occhi funzionano, raccolgono stimoli, ma non hanno più potere. La vera percezione è affidata al cuore, cioè al desiderio, alla memoria, all’amore. L’io poetico non si muove più guidato da ciò che ha davanti, ma da ciò che porta dentro.

Seconda quartina: il mondo non lascia impronta

Nella seconda quartina l’idea si chiarisce: l’occhio non trasmette al cuore alcuna immagine reale di ciò che scorge — uccelli, fiori, forme. È come se la realtà scivolasse via, senza deposito.

Il poeta insiste:
lo sguardo è fugace, non partecipa alla mente, non trattiene nulla. È un modo molto preciso per dire che l’attenzione è altrove. Shakespeare anticipa quasi una nozione moderna: lo sguardo senza presenza interiore è uno sguardo vuoto, incapace di conoscere.

In altre parole: il mondo esterno è diventato irrilevante, perché la coscienza è piena soltanto dell’amato.

Terza quartina: ogni cosa si trasforma nell’amato

La terza quartina è il vertice immaginativo del sonetto: Shakespeare elenca coppie di contrari e grandi opposizioni del reale — rozzo e delicato, dolce effigie e deformità, montagna e mare, giorno e notte, corvo e colomba.

È un elenco amplissimo: dal paesaggio al tempo, dagli animali simbolici del male e del bene, dall’armonia alla bruttezza.

Eppure, nonostante questa varietà, l’esito è sempre lo stesso:
“tutto ei foggia a tua sembianza.”

Qui Shakespeare descrive una forza che plasma la realtà: l’amato diventa forma universale, stampo interiore. L’occhio vede cose diverse, ma il cuore le ricrea come immagine unica.

È un’immagine poetica potentissima: l’amore non si limita a ricordare, ma trasforma il mondo. Ogni cosa viene riassorbita nella figura dell’amato.

Il distico: la “falsità” imposta dal cuore

Nel distico finale Shakespeare aggiunge una nota sorprendente:
“Non sapendo far di più, di te soltanto colmo, / il mio devoto cuore mi costringe ad esser falso.”

Questa “falsità” non è tradimento: è inevitabile distorsione. Il cuore devoto, riempito solo dell’amato, costringe l’io poetico a un’illusione continua: a vedere sempre la stessa immagine anche quando guarda altro.

È una confessione lucidissima: Shakespeare non idealizza la condizione amorosa come pura beatitudine. Mostra anche il suo lato problematico: l’amore totalizzante rende ciechi al reale. La fedeltà del cuore diventa una prigione: non lascia libertà di percezione.

Conclusione

Il Sonetto 113 esplora uno degli aspetti più sottili dell’amore: la sua capacità di appropriarsi dei sensi e di riscrivere la realtà. L’assenza non separa l’amato dal poeta: lo trasferisce dentro di lui, fino a renderlo filtro unico di ogni visione.

Gli occhi non vedono più davvero; vedono soltanto ciò che il cuore vuole vedere. Ogni cosa si trasforma nell’immagine dell’amato, e il poeta comprende che questo stato è insieme sublime e doloroso: sublime perché testimonia devozione assoluta, doloroso perché produce falsità.

Così Shakespeare descrive un amore che non si limita a ricordare, ma domina: un amore così pieno da rendere “morto” il mondo esterno e così potente da obbligare l’anima a vivere in una continua trasfigurazione.

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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


PirandelloWeb

Questo componimento fa parte dei 154 Sonetti di Shakespeare. Leggi l’introduzione completa alla raccolta nella pagina Sonetti di Shakespeare.

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