Shakespeare. Sonetto 113 - Sonnet 113. Audio. | Shakespeare Italia

Sonetto 113 – Sonnet 113

Shakespeare Sonetto 113

Da quando ti ho lasciato, la mia vista è in cuore. Since I left you, mine eye is in my mind. 

Leggi e ascolta


Da quando ti ho lasciato, la mia vista è in cuore
e l’occhio che dirigere dovrebbe ogni mio passo,
si distoglie dal suo compito ed è in parte cieco,
crede di vedere, ma in realtà è spento:
perché non trasmette al cuore alcuna immagine
di uccelli, fiori o forme che esso scorge,
né partecipa alla mente il suo fugace sguardo,
né trattiene la sua vista quel che percepisce:
sia che esso veda cose rozze o delicate,
la più dolce effigie o l’esser più deforme,
la montagna o il mare, il giorno o la notte,
il corvo o la colomba, tutto ei foggia a tua sembianza.
Non sapendo far di più, di te soltanto colmo,
il mio devoto cuore mi costringe ad esser falso.

Più per senso del dovere che da un’espressione significativa di emozione, il poeta professa di vedere il giovane in tutto mentre è lontano. La dicotomia vista-cuore presentata nella prima riga – “Da quando ti ho lasciato, la mia vista è in cuore” – ricorda i sonetti precedenti in cui i pensieri del giovane accontentavano il poeta durante la loro separazione. Inoltre, l’uso delle parole “più” e “vero (true)” nel distico in rima è simile al loro uso nel Sonetto 110 e suggerisce che il poeta sta ancora cercando di dimostrare – forse più a se stesso che al giovane – il suo rinvigorirsi dell’amore per il giovane: “Non sapendo far di più, di te soltanto colmo, / il mio devoto cuore mi costringe ad esser falso”. Qui, “il mio devoto cuore” significa che l’unica verità che il poeta riconosce è la sua completa devozione al giovane.

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Read and listen


Since I left you, mine eye is in my mind;
And that which governs me to go about
Doth part his function and is partly blind,
Seems seeing, but effectually is out;
For it no form delivers to the heart
Of bird of flower, or shape, which it doth latch:
Of his quick objects hath the mind no part,
Nor his own vision holds what it doth catch:
For if it see the rudest or gentlest sight,
The most sweet favour or deformed’st creature,
The mountain or the sea, the day or night,
The crow or dove, it shapes them to your feature:
Incapable of more, replete with you,
My most true mind thus makes mine eye untrue.

More from a sense of duty than a meaningful expression of emotion, the poet professes to see the young man in everything while he is away from the youth. The eye-mind dichotomy presented in the first line — “Since I left you, mine eye is in my mind” — recalls earlier sonnets in which thoughts of the young man contented the poet during their separation. Additionally, the use of the words “most” and “true” in the rhyming couplet is similar to their use in Sonnet 110 and hints that the poet is still trying to prove — perhaps more to himself than to the young man — his re-energized love for the youth: “Incapable of more, replete with you, / My most true mind thus maketh mine eye untrue.” Here, “most true mind” means that the only truth that the poet recognizes is his complete devotion to the young man.

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Crediti – Credits

Traduzione in Italiano di Maria Antonietta Marelli (I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube VALTER ZANARDI letture

English audio from YouTube Channel Socratica

Sommario/Summary da/from Cliffsnotes.com

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