Sonnet 149 – Shakespeare

Nel Sonetto 149 Shakespeare si rivolge alla donna crudele e dimostra, punto per punto, la propria sottomissione: prende sempre le sue parti, dimentica se stesso, evita chi la odia e persino dirige contro di sé la vendetta quando lei lo minaccia. Non esiste orgoglio capace di sottrarlo al servizio: il meglio di lui adora le sue “miserie” al solo cenno dei suoi occhi. Ma nel distico arriva la verità amara: lei ama chi la può vedere, e lui è cieco.

Sonetto 149 di Shakespeare

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O crudele, come puoi dire che non t’amo
se sempre a mio sfavore prendo le tue parti?
Non penso forse a te, o tiranna ingrata,
quando per causa tua dimentico me stesso?

Chiamo forse amico qualcuno che ti odia
o lusingo forse chi tu guardi con disdegno?
No, se il tuo sguardo mi minaccia, non volgo forse a me
quel desiderio di vendetta con sùbiti lamenti?

Quale merito potrei trovare in me
tanto superbo da disdegnare di servirti,
quando il meglio di me stesso adora le tue miserie
solo dominato da un cenno dei tuoi occhi?

Ma odia sempre, amore, ora conosco il tuo pensiero;
tu ami chi può vederti, ed io sono cieco.


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Analisi del Sonetto 149

Il Sonetto 149 è una delle più crude e limpide dichiarazioni di dipendenza amorosa dell’intera sequenza della Dark Lady. Shakespeare parla direttamente alla donna chiamandola “crudele” e “tiranna ingrata”, ma invece di ribellarsi costruisce un ragionamento paradossale: dimostra di amarla proprio attraverso la sua schiavitù.

Il sonetto è quasi un processo al contrario. La donna sembra accusarlo: “tu non mi ami”. E Shakespeare risponde elencando prove non di affetto sano, ma di annientamento personale: prende sempre le sue parti anche quando gli nuoce; dimentica se stesso; rifiuta amicizie che lei disapprova; dirige contro di sé persino l’istinto di vendetta. La logica è terribile: se questo non è amore, cosa lo è?

Ma il distico finale ribalta tutto: Shakespeare comprende che l’amore della donna non è rivolto a lui. Lei ama chi può “vederla”, cioè chi è libero, capace di desiderare senza annientarsi. Lui invece è cieco: non vede la verità, non vede la propria rovina.

Prima quartina: l’amore provato dall’autodistruzione

La prima quartina è costruita su una domanda:
come puoi dire che non ti amo, se prendo sempre le tue parti a mio sfavore?

Questo è il primo segno di un amore patologico: l’amante difende la persona che lo ferisce. Shakespeare non porta prove romantiche (carezze, promesse), ma prove di auto-sacrificio.

Poi ribadisce:
penso a lei anche quando dimentico me stesso.
Il cuore dell’amore qui è l’annullamento dell’io: lei è così centrale da cancellare il poeta.

Il rapporto è già dichiarato come rapporto di potere: lei è tiranna, lui vassallo.

Seconda quartina: isolamento e vendetta rivolta contro sé

Nella seconda quartina Shakespeare dimostra l’estensione della sottomissione:
non chiama amico chi la odia, non lusinga chi lei disprezza.

Quindi la donna non domina solo i sentimenti: domina la rete sociale del poeta, le sue amicizie, la sua dignità. Il poeta è isolato dal mondo, perché l’unico criterio diventa lei.

E poi arriva il verso forse più tragico:
se lo sguardo di lei lo minaccia, non dirige forse su se stesso il desiderio di vendetta?

È una frase spaventosa: quando sente rabbia o bisogno di difendersi, non lo fa contro la donna, ma contro sé stesso. Il lamento sostituisce la ribellione.

Terza quartina: servitù e adorazione delle “miserie”

Nella terza quartina Shakespeare espone la condizione finale:
non esiste merito o orgoglio tanto grande da fargli disdegnare di servirla.

Il verbo “servire” è decisivo: non è amore tra pari, è servitù.

E il punto più amaro:
“il meglio di me stesso adora le tue miserie”.

Shakespeare sa che in lei c’è degradazione morale (“miserie”), eppure l’adora. Basta un cenno dei suoi occhi per dominarlo.

Gli occhi della donna sono il vero potere: comando muto e irresistibile.

Il distico: lei ama chi vede, lui è cieco

Il distico finale è una rivelazione crudele e definitiva:
lei odia sempre, e ora Shakespeare capisce il suo pensiero.

Poi la frase che chiude tutto:
“tu ami chi può vederti, ed io sono cieco.”

La cecità qui è doppia:
– cieco perché non vede la verità sulla donna;
– cieco perché non vede se stesso, il proprio annientamento.

Lei ama chi la guarda con libertà, chi non è schiavo, chi non si umilia. Shakespeare invece è intrappolato: l’amore lo rende incapace di vedere e dunque incapace di essere amato.

Conclusione

Il Sonetto 149 è un’autodenuncia: Shakespeare dimostra l’amore attraverso la perdita di sé. Prende le parti della donna anche quando lo distruggono, dimentica se stesso, rinuncia agli amici e trasforma la vendetta in pianto. L’amore è qui una forma di schiavitù: il poeta è servo, dominato da un semplice cenno degli occhi.

Ma il finale è la verità più dura: la donna ama chi può vederla, chi resta libero e lucido. Shakespeare, invece, è cieco: non solo non vede la realtà, ma proprio per questo non può essere amato.

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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


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