Sonetto 29

Shakespeare. Sonetto 9

«Quando inviso alla fortuna e agli uomini,
in solitudine piango il mio reietto stato».  

Risentito per la sua sfortuna, il poeta invidia il successo artistico degli altri poeti e snocciola un impressionante catalogo dei mali e delle disgrazie della sua vita. La sua depressione deriva dal suo essere separato dal giovane, ancora di più perché vede il giovane in compagnia di altri mentre il poeta è “in solitudine”.

Sonetto 29
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Quando inviso alla fortuna e agli uomini,
in solitudine piango il mio reietto stato
ed ossessiono il sordo cielo con futili lamenti
e valuto me stesso e maledico il mio destino:
volendo esser simile a chi è più ricco di speranze,
simile a lui nel tratto, come lui con molti amici
e bramo l’arte di questo e l’abilità di quello,
per nulla soddisfatto di quanto mi è più caro:
se quasi detestandomi in queste congetture
mi accade di pensarti, ecco che il mio spirito,
quale allodola che s’alzi al rompere del giorno
dalla cupa terra, eleva canti alle porte del cielo;
quel ricordo del tuo dolce amor tanto m’appaga
ch’io più non muto l’aver mio con alcun regno.

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Stilisticamente, il Sonetto 29 è tipicamente shakespeariano nella sua forma. Le prime otto righe, che iniziano con “Quando”, stabiliscono un argomento condizionale e mostrano la frustrazione del poeta per il suo mestiere. Le ultime sei righe risolvono l’argomento descrivendo la splendida immagine di un’allodola mattutina che “eleva canti alle porte del cielo”. Questa immagine incarna il delizioso ricordo del poeta per la sua amicizia con il giovane compensando le disgrazie che ha lamentato.

Nel testo inglese, gli usi di “stato (state)” unificano le tre diverse sezioni del sonetto: nei primi otto versi, dal 9 a 12, e il distico conclusivo. Inoltre, i diversi significati di stato – come stato d’animo – contrappone il senso del poeta di una vita fallita e sconfitta alla sua euforia nel ricordare la sua amicizia con il giovane. Uno stato, come rappresentato nelle righe 2 e 14, è il suo stato di vita; l’altro, alla riga 10, è il suo stato d’animo. In conclusione, anche se il poeta lamenta nel verso 2 il suo “stato di reietto” , alla fine del sonetto la situazione si ribalta completamente: “… ch’io più non muto l’aver mio con alcun regno”. I ricordi del giovane ringiovaniscono il suo spirito.

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Crediti

Traduzione in Italiano di Maria Antonietta Marelli (I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube VALTER ZANARDI letture

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