Sonetto 57

Shakespeare. Sonetto 9

«Essendo schiavo tuo, che altro potrei fare
se non servir ore e momenti di ogni tuo volere?».  

Nel Sonetto 57, il poeta sostiene di non essere tanto l’amico del giovane quanto il suo schiavo. Come uno schiavo, aspetta il piacere del giovane: “ma in triste schiavitù io aspetto e solo penso / quanto tu renda felice chi ti sta vicino”.

Sonetto 57
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Essendo schiavo tuo, che altro potrei fare
se non servir ore e momenti di ogni tuo volere?
Non è prezioso il tempo che io ho da spendere,
né servigi da rendere finché tu non li chieda.
Né oso io dolermi di quei momenti senza fine
mentre, mio signore, guardo l’ora in tua attesa,
né giudico esasperante l’amarezza dell’assenza
quando al tuo servitore tu hai detto addio.
Né oso domandare al mio pensier geloso
ove tu possa essere o supporre cosa stia facendo,
ma in triste schiavitù io aspetto e solo penso
quanto tu renda felice chi ti sta vicino.
L’amore è così sciocco che in ogni tuo piacere,
qualunque sia il tuo agire, non crede in alcun male.

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Infastidito e triste per il suo modo di esprimersi dignitoso ed educato, il poeta sembra perdere la capacità di pensare e giudicare criticamente: “L’amore è così sciocco che in ogni tuo piacere, / qualunque sia il tuo agire, non crede in alcun male”. Seguendo così da vicino il verso vertiginoso del Sonetto 55, la rapida discesa del poeta nell’autocommiserazione rende la sua situazione ancora più patetica.

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Traduzione in Italiano di Maria Antonietta Marelli (I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube VALTER ZANARDI letture

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